XV – la terra di Gino

Questa volta toccò a Gerardo cercare una via d’uscita da quella situazione dove si accavallavano la confusione, la tensione e adesso anche l’imbarazzo. Si alzò in piedi e con voce ferma disse “vado a prendere il mio furgone e lo porto qui davanti così portiamo Gino a casa. Ma se lui vorrà, sarà bene che qualcuno di noi rimanga a fargli compagnia. Ne sta vivendo troppe di situazioni!” E uscì senza attendere il consenso degli altri.

Dopo pochi minuti bussarono alla porta ed era Gerardo con il suo furgone, un mezzo che sembrava particolarmente idoneo per l’occasione. Lui e Giselda, infatti, si accomodarono nei sedili anteriori, mentre Gino e Michele si fiondarono, come se fossero inseguiti, nella parte posteriore, protetti dai vetri oscurati. Peraltro, nel dubbio, il nostro Gino aveva indossato un passamontagna, che, per la troppa precauzione, gli copriva tutto il volto, come se uscisse da casa con l’intenzione di fare una rapina, tanto che faceva fatica a vedere dove mettere i piedi. Ma il tragitto era breve e c’era sempre qualcuno pronto a guidarlo, passo passo.

Si misero in cammino guardando la città con occhi diversi, come se volessero nascondere qualcosa a chi li vedeva passare. Gino era separato dalla città da un vetro a cui era stata data una mano di vernice, per oscurare la parte interna del mezzo. Ma a guardare con attenzione, dall’interno, tra i segni lasciati dal pennello, si riusciva a scorgere ciò che, man mano, si attraversava. Gino quelle strade le conosceva bene. Era la sua città, ci aveva vissuto, giocato, studiato. Ci era nato. Perchè avrebbe dovuto apparirgli diversa? Riconosceva il giardino curato di Evandro che sembrava un dipinto sempre nuovo a seconda delle stagioni. Non lo scalfivano nemmeno le piogge. Lui sapeva mantenerlo in ordine anche con le intemperie.

Intravide anche la palazzina dai due colori che gli era rimasta impressa da sempre. Era per metà bianca e per l’altra metà marrone, a causa di una contesa tra i figli che l’avevano ereditata. Una parte sembrava curata e fresca di pittura, mentre l’altra era abbandonata agli effetti del tempo e delle stagioni. E nel complesso, le due parti facevano un insieme disordinato e senz’anima.

Attraverso fessure lasciate dalla pittura del finestrino intravide ogni cosa. Angoli di vita, alberi di un tempo, persone vecchie e persone nuove, ma con i tratti a lui familiari e si sentiva a casa. Anzi, era sicuro di esserlo, anche se qualcuno non la pensava allo stesso modo. Ma quella, come per effetto di un diritto che è al di sopra di ogni cosa, era casa sua.

Il furgone attraversò la città senza problemi. Ma all’improvviso Giselda interruppe la corsa dicendo:

“Fermati! C’è il parroco. Parliamo con lui. certamente ci potrà aiutare. La mia povera mamma, quando aveva un problema andava in chiesa e ritornava più serena. Qualche volta anche con la soluzione”

Gerardo si fermò e avvicinò il mezzo al marciapiede. Giselda abbassò il finestrino e si sporse per salutare il parroco.

Questi gli rispose con un gesto che appariva più ecumenico che spontaneo, come una benedizione recitata a mezza bocca, per poi tirare dritto.

“don Piero!” intonò Giselda, provando a interferire nelle occupazioni del prete “vorrei parlarle un attimo”

Il parroco si voltò, rallentando la sua corsa, ma senza interromperla e con un sorriso di cortesia, toccò l’orologio, per indicare che andava di fretta. Poi fece un cenno che voleva intendere “vediamoci in parrocchia”, accompagnato da un gesto con la mano destra, con il mignolo alzato che tagliava l’aria in senso orizzontale, per significare “tra mezz’ora”.

Giselda decodificò ogni cosa e la tradusse ai suoi compagni di viaggio.

“Dunque abbiamo un po’ di tempo” disse il nipote che rivolgendosi a Gino proseguì: “zio, ti serve qualcosa dalla metropoli, prima di espatriare?”

Tutti scoppiarono a ridere, come se fossero in gita e Gerardo imboccò la strada in direzione della bottega della zia Maria. La chiamavano così, non per ragioni di parentela, ma perché era il nome che le davano da bambini, quando andavano da lei, senza soldi, con gli occhi puntati sulle caramelle, quelle più colorate. Lei, sorrideva, ne prendeva una manciata e le regalava a ogni bambino. Magari poi arrotondava il conto e ne includeva il costo nella spesa, ma i bambini non lo sapevano e la immaginavano generosa come se fosse una loro zia.

Però generosa lo era davvero, anche adesso che era rimasta vedova. Tutto di lei era invecchiato e appesantito, come è giusto che fosse. Tutto tranne i suoi occhi. Quelli erano sempre vispi, azzurri come la confezione della farina doppio zero, come le diceva un tempo il marito. E con quelli sapeva interrogare e scrutare ogni persona che le capitava a tiro.

Gerardo e Gisella entrarono nella bottega, la salutarono con affetto, come ogni volta, e si diressero verso quei generi che pensavano di comprare per Gino.

Maria li osservò in silenzio, prima con lo sguardo investigativo che hanno i sospettosi, poi con il sorriso di chi pensa di avere svelato un mistero. Uscì lentamente dal suo bancone e apparve alle spalle dei due, come d’improvviso, dicendo: “non prendetemi in giro. Voi non avete mai fatto la spesa insieme e quello che state comprando non serve a voi. Ditemi invece come sta Ginetto. E’ qui con voi?”

I due si guardarono, come se fossero stati scoperti dopo avere commesso una marachella e Giselda ebbe la forza di rispondere guardando la vecchina negli occhi: “sì, sta bene ed è qui con noi. Non è sceso per non creare problemi”

Zia Maria si mise a urlare, come se avesse assistito a una scena scandalosa. E con tutta la voce che aveva in corpo disse: “Ma quali problemi!!! Fatelo entrare subito che lo voglio vedere. E se qualcuno si permette di fare storie nella mia bottega gli do in testa tutte le mazzate che non hanno preso dai loro genitori. Fatelo venire qui, subito!”

Gerardo, come una bambino a cui era stato rimproverato qualcosa, si affrettò fuori dalla bottega e invitò Gino a entrare, dicendo, con tono sfottente: “sei desiderato, in persona!”.

I tre uomini si presentarono davanti alla porta della bottega, con al centro Gino, e la vecchia gli corse incontro con lo sguardo, aspettando che fosse lui a muoversi, come se avesse dovuto scusarsi per avere sospettato di non trovare da lei l’ospitalità che meritava. Anzi, lo rimproverò persino: “vieni qua Ginetto, mica ti sarai montata la testa?”

Alla fine fu lei a muoversi per prima e si ritrovarono tutti e due abbracciati al centro della bottega. Poi guardandolo negli occhi, come se fosse ancora un bambino, con tutta la forza e la dolcezza del suo sguardo gli disse, parlandogli direttamente al cuore “Non fare lo stupido e non preoccuparti di quello che senti o che vedi. Sapessi quante ne ho sentite e ne ho viste io. E poi, ti svelo un segreto: devi sapere che le persone che si agitano e litigano, sono sempre le stesse. Quando erano piccoli litigavano per le caramelle o per un giocattolo, poi sono cresciuti e si sentono grandi perchè hanno cambiato motivo per litigare. E allora litigano per la squadra di calcio o per la politica. Ma la questione è sempre la stessa lite da bambini. In tutti questi anni ho imparato che gli adulti non esistono, siamo tutti bambini invecchiati. C’è chi ha trovato pace e c’è chi è rimasto uguale. E fa tanto ridere vedere queste persone con l’aspetto da adulti e gli occhi da bambini capricciosi, che si offendono, litigano e vanno pure alle mani. Anzi, sai cosa penso? Penso che gli adulti sono solo dei bambini che non accettano di essere rimproverati. Ma i capricci sono sempre quelli.”

Tutti scoppiarono a ridere. Poi la vecchina si allontanò, prese una busta e la riempì di prodotti. Ogni volta che ne prendeva uno si girava per guardare Gino, come se volesse prendere le misure della sua taglia per capire se aveva scelto bene. Quando finì di riempire la busta la mise nelle mani di Gino dicendo, con un sorriso materno: “è vero che siamo tutti bambini, ma nella busta non ti ho messo solo caramelle. Prendilo come regalo. Anzi come incoraggiamento. E dai retta a me: trovati una brava donna che ti faccia compagnia. Tu sei un bravo ragazzo, sei onesto e lavoratore e non hai i grilli per la testa e saprai farla felice”.

Poi rimase in silenzio scrutando lo sguardo imbarazzato di Gino e Giselda. E come fanno gli anziani che sanno giungere a facili conclusioni si allontanò dicendo soltanto: “ecco bravi, fate un po’ voi”.

Li aspettava il parroco e andarono al luogo dell’appuntamento, come promesso.

Entrarono tutti e quattro in sagrestia e trovarono don Piero seduto che sbirciava tra un mucchio di carte. Salutarono il prete che li accolse distrattamente dicendo: “accomodatevi. Finisco di annotare una cosa e sono da voi”.

Rimasero seduti in silenzio in attesa finché il parroco, esaurite le incombenze amministrative, cambiò gli occhiali e alzò la  testa e… lanciò uno sguardo sbigottito accompagnato da un filo di voce: “ma, me lo avete portato qui? Ma siete matti! Ma sapete che cosa fate? Rischiamo che ci arrestano tutti in blocco!”

E concitato rivolse un urlo alla sacrista dicendo “Assunta, chiudi tutto, porte, finestre, persiane. E chiudi anche la porta di comunicazione con la chiesa” e proseguì “Oddio mio che guaio! Ma come vi è venuto in mente?”

Fu Michele a interromperlo dicendo: “caro parroco, se non siamo graditi, possiamo andare via subito. Magari se ci presta degli abiti ci camuffiamo, così non ci riconoscono e non le daranno fastidio. Però, consenta, era da diverso tempo che non venivo in chiesa e avevo un ricordo diverso. Mi aspettavo accoglienza e fratellanza. Ero rimasto lì. Forse mi sono perso qualche puntata. Non se se è cambiato qualcosa nel pensiero cristiano e se è lei che ha cambiato religione”.

“Ma che dici?” aggiunse il parroco “che il Signore ti perdoni per quello che hai detto! La chiesa accoglie da sempre, ma qui si tratta di una questione diversa. Non c’entra la religione…”

Ma Improvvisamente mancò la luce e poiché tutte le persiane erano state chiuse, rimasero tutti al buio domandandosi che cosa fosse successo

 

(continua)

 

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