XIII – la terra di Gino

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Quella che passò fu una notte tormentata e interminabile. Tutto avrebbe pensato nella sua vita tranquilla e lontana, tranne ciò che gli era capitato negli ultimi giorni. Aveva il suo modo discreto di vivere nella comunità in cui era nato. Non si intrometteva, non prendeva mai posizione contro qualcuno, ma era sempre pronto a essere solidale, tutto le volte che era stato richiesto. Ma questa sua discrezione e la lontananza dai pettegolezzi era stata considerata come una estraneità. E’ proprio vero che la gente non cerca amici, ma solo complici. Ti vogliono bene tutti finché dai loro ragione, anche quando hanno torto, ma se ti mantieni nell’equilibrio del buon senso, non sei più un vero amico.

Adesso, poi, si trovava nella strana situazione di essere considerato estraneo, persino straniero, espulso dal contesto sociale. Però, allo stesso tempo era ricercato da tutti. E persino invidiato.

Questo modo superficiale di intendere ogni cosa gli dava fastidio.

“E poi”, pensava, “che strano! Questa é gente che si stima così poco da ritenere importante e migliore di loro, chi riesce ad andare via e persino chi diviene estraneo. Non ci vuole uno studioso per capire che, se ti invidiano la tua estraneità, evidentemente é segno che quelli dall’altra parte del fiume non stanno poi così bene”.

Gli era scappato di chiamarli proprio così: “quelli dall’altra parte del fiume”.

Era la prima volta. Gino non era mai stato un frequentatore assiduo della comunità cittadina, ma certamente sentiva di farne parte. Aveva amici di scuola e d’infanzia, cugini “lontanI” e comunque, in un modo o nell’altro, si conoscevano tutti. E invece adesso era arrivato al punto da considerare i suoi concittadini, come degli estranei. Non lo aveva pensato con cattiveria. Era solo una considerazione, quasi difensiva, visto che gli altri già lo avevano dichiarato formalmente estraneo.

Si riferiva a quel documento che sanciva, in modo chiaro e formale la sua perdita di identità. Dunque, non aveva più documenti validi, non aveva un Paese di origine, nè un codice fiscale. Insomma, non esisteva più. Ma come era possibile tutto ciò?

La questione era così complessa che decise, di buon mattino, di andare a trovare qualcuno che sapesse parlare guardandolo negli occhi, magari, senza fare domande o dare consigli inutili, ma, come fanno gli amici veri, per aiutarlo a trovare la strada da seguire.

Si vestì, come tutte le altre volte e si incamminò. Arrivato all’altezza del ponte rotto si accorse del disastro che avevano lasciato i “metropolitani”. Lui chiamava così quelli che venivano dalla città, che si emozionavano nel vedere le foto di albe, tramonti, fiumi e campagne, ma quando si trovavano in mezzo alla natura sapevano solo servirsene e rovinarla.

Qualcuno aveva steso un tappeto di pietre per facilitare il passaggio dei fuoristrada. Gino lasciò correre e andrò dritto alla meta. Era diretto a casa di Giselda.

Entrò in paese, come tante altre volte, ma avvertiva che qualcosa era cambiato. Le altre volte gli era capitato di incontrare persone conoscenti o indifferenti. I primi si distinguevano dai secondi perchè lo salutavano, anche se ogni tanto qualcuno passava dalla prima categoria alla seconda, ma fa parte della vita. Adesso, invece si era formata un’altra nuova categoria: quella dei curiosi.

Si sentiva osservato da tutti. Gli unici indifferenti erano gli animali che, per fortuna vivevano in un modo tutto loro e per questa ragione sapevano provare affetto, senza portare mai rancore e badavano all’essenziale.

Lui continuò a testa bassa lungo un percorso che conosceva da sempre, come se fossero nati insieme. E quando alzava la testa per incontrare uno sguardo, leggeva espressioni di muta curiosità e imbarazzo, come se incontrassero un poveraccio.

Qualcuno gli sorrideva, qualcun altro lo salutava. E da questo aveva capito che non avevano tutti lo stesso pensiero. Gli bastò il sorriso di un’anziana signora, con gli occhi che non trattenevano il piacere di vedere quel Gino che aveva visto crescere, percorrendo la stessa strada. E poi il saluto “normale” di un vecchio conoscente che, come tutte le altre volte, gli aveva lanciato il suo “ciao Gino”, senza niente di diverso che un semplice benvenuto nella sua giornata.

Facendo questi pensieri arrivò fino all’abitazione di Giselda. Aveva portato con sé un cesto di albicocche, un po’ per rispetto di quella educazione che ancora girava da quelle parti, un po’ per ricambiare le sue attenzioni, di quella volta che era venuta a trovarlo insieme a quella bolgia.

Bussò alla porta e gli apparve il sorriso di quella vecchia amica di sempre “ma che sorpresa! Vieni, stavamo parlando proprio di te con Gerardo. Mettiti seduto che ti faccio un bel caffè e assaggi anche i dolcetti che ho appena sfornato”.

Gino stava per scoppiare in lacrime. Si sentiva accolto, come se fosse a casa sia. Riconosceva quei modi ed era a suo agio. Salutò Gerardo e si mise nella sedia libera intorno al tavolo, dove i due stavano conversando… parlando di lui.

Cominciarono a scambiarsi gli sguardi, che tra gli amici, quelli che ti vogliono bene, sanno dire molto di più delle parole, in attesa che arrivasse il caffè per dare inizio alla conversazione.

Il caffè borbottò con prepotenza spandendo il suo odore fino all’interno dei pensieri di Gino. Ma a risvegliare quella calma non fu la bevanda.

Sentirono bussare con prepotenza alla porta.

Giselda andò ad aprire e si sentì una voce “abbiamo avuto notizia che qui a casa tua stai ospitando un clandestino!”

“Ma che cosa dici?” ribatteva Giselda stupita

“Lo hanno visto in tanti. Sappiamo che Gino è venuto qui da te. Lui non è un cittadino italiano e non può entrare nel nostro Paese se non è in regola. Non ha più nemmeno i documenti, quindi è un clandestino. Adesso chiamiamo i Carabinieri e ti facciamo arrestare per occultamento di clandestino!”

Quel tipo di reato, non si era mai sentito prima, ma tutta la conversazione, concitata era arrivata alle orecchie di Gino e di Gerardo.

Giselda in preda alla rabbia e con gli occhi umidi di pianto chiuse la porta con violenza e si fermò con le mani sul viso per nascondere lo sgomento.

Intanto fuori urlavano: “Io vado a chiamare i Carabinieri. Voi rimanete qui e non lo fate uscire. Mi raccomando!”

(segue)

 

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