VII – la terra di Gino

All’ingresso della casa di Gino non c’erano campanelli per annunciare l’arrivo di qualcuno. Di solito non veniva nessuno. E se proprio avesse dovuto farlo, all’improvviso, sapeva che si sarebbe potuto comodamente bussare battendo dei colpi sulla porta. E accadde proprio così. Dopo alcuni minuti bussarono alla porta con il tono gentile di chi ha da chiedere qualcosa. Non era una di quelle bussate forti e insistenti, ma di quelle date con moderazione, per annunciare la presenza, ma senza disturbare.

Gino, senza fretta, si diresse verso la porta di ingresso, silenzioso e pensieroso. La aprì e si trovò di fronte il plotone al completo.

In prima fila il parroco che lo guardò negli occhi dicendo “caro Gino, scusa, ma dobbiamo parlarti. Ti chiediamo la cortesia di avere pazienza e di ascoltarci. Dove possiamo metterci?”

Gino guardò tutti. Alcuni li riconobbe, altri assolutamente no, altri ancora avrebbe voluto non riconoscerli. Non disse una parola, nè di benvenuto, nè di dissenso. Chiuse la porta alle sue spalle e si diresse verso il capannone situato a fianco dell’abitazione. Tutti lo seguirono ammutoliti o parlando a bassa voce, come se non volessero interrompere il silenzio di Gino.

Quando furono arrivati si collocarono in un angolo del capannone e ciascuno trovò il modo di accomodarsi su qualcosa, un bidone, una cassa, una carriola, ecc

Gino si appoggiò all’unico tavolo, mantenendo le spalle al muro, come se volesse assicurarsi di tenere sott’occhio la situazione.

Fu il parroco a prendere per primo la parola. Gino si aspettava un discorso che partiva con il riferimento ai valori più alti, per poi scendere su temi prammatici. E così fu.

“Caro Gino, tu sai quanto la nostra comunità sia legata, da sempre. E la tua famiglia, già in passato, si è sempre mostrata interessata a mantenerla viva. Sono state diverse le circostanze che ci hanno visti uniti, laddove ciò era richiesto. E adesso, da quanto abbiamo appreso, sappiamo che possiamo contare su di te per fare in modo che tutta la comunità possa ….. come dire…. condividere con te questa interessante novità che abbiamo appreso con vera gioia”

Gino aprì bocca per la prima volta: “non capisco di che cosa parlate”

Prese la parola la persona accanto al parroco. Probabilmente si trattava del sindaco. Nella tasca di sinistra della giacca si intravedeva qualcosa arrotolato con il colori della bandiera italiana: aveva portato con sé la fascia tricolore: “caro Gino, non ho avuto la fortuna di frequentarti, ma, consentimi di esprimermi a nome della città intera” si girò di scatto e tutti annuirono, ancora prima di sapere che cosa avesse detto, tranne un tizio, in fondo, seduto sopra un secchio rovesciato, che ascoltava in silenzio, come se sulla questione avesse una visione diversa.

“Ebbene” proseguì il sindaco “ noi abbiamo saputo che l’area di tua proprietà non risulta tra quelle annesse al Regno d’Italia, quindi, possiamo dire con certezza, che si tratta di una zona franca. Certamente sarebbe un gesto civile che passerebbe alla storia, nei secoli a venire, se vorrai consentire il passaggio al Comune, pur mantenendo la sua non appartenenza all’Italia. Ho già parlato con il deputato del nostro partito che mi ha indicato quali passi potrebbero essere fatti. Evidentemente daremmo un riconoscimento a te e alla tua famiglia e… consentimi di dirtelo, poiché l’area non sarebbe più soggetta ai vincoli urbanistici imposti nel territorio italiano, avrai vantaggi economici che non immagini. Sia chiaro che non ti assicuriamo tutta l’assistenza amministrativa e ogni forma di tutela…”

“Aspetti un attimo” interruppe il parroco “in verità di questo non avevamo ancora parlato, nei dettagli. A dire il vero, anch’io ho preso i contatti con il Vaticano che ha manifestato interesse ad acquisire l’area. Pensate… sarebbe come una seconda città del Vaticano. Che emozione! Proprio qui, a un passo da noi, potremmo stabilire la seconda sede di Pietro, con tutti i benefici della extraterritorialità. Chiaramente, caro Gino, ciò consentirebbe di avviare le pratiche per la beatificazione di un tuo avo. Sappiamo bene che la tua è sempre stata una famiglia, in odore di santità, che merita il giusto riconoscimento”

“Se mi si consente…” intervenne dal centro del gruppo un tizio con una camicia ordinata e marchiata da una sagoma di cavallo e cavaliere mentre giocano a polo “io suggerirei una strada diversa, che tuttavia può conciliarsi con le proposte precedenti. Intendo dire, visto e considerato che nella nostra ricca terra ci sono diverse imprese, proporrei di collocare qui una delle nostre agenzie bancarie che, non dovendo rispettare i vincoli nazionali e nemmeno quelli europei, potrebbe favorire investimenti e attrarre capitali”

Gino non aveva detto nemmeno una parola e guardava ciascuno di loro, uno a uno. Con qualcuno c’era andato a scuola e lo trovava cresciuto, in carne e appesantito. Qualcun altro era la copia di un’altra persona antica e ne replicava le movenze e le perplessità. Qualcuno sembrava nuovo. Ma non poteva essere così, perché nessuno sceglie di venire a vivere da quelle parti se non ci è nato. Si accorse comunque che tutti quelli, che erano quasi quaranta, come i ladroni di Ali Babà, si aspettavano qualcosa da lui. Non li vedeva da anni, non aveva mai chiesto loro nemmeno un favore e li incrociava raramente scambiandosi, più che un saluto, un grugnito di cortesia, strappato a mezza bocca, perché non si dica che non ci é salutati. E adesso doveva sentirsi in debito con tutti quelli.

Stava pensando a ciò che avrebbe potuto dire, quando, fuori dalla finestra avverti un trambusto. Si affacciò e vide tre SUV, neri e grandi quasi come una trebbiatrice. Né scesero alcuni uomini che si diressero alla sua porta bussando, anche questa volta, con cortesia. Ma si coglieva anche da qui che non era una cortesia autentica, ma di quelle formali, che nascondono una “proposta che non si può rifiutare”.

Gino uscì dal capannone per andare incontro a questi nuovi ospiti, ormai in preda alla confusione e determinato a non proferire parola prima di avere capito ogni cosa. Portò una di quelle persone all’interno della sua abitazione e vi rimase circa un quarto d’ora. Uscirono con una stretta di mano, recitata con la stessa cortesia di prima e si allontanarono. Ma nell’andare via, il loro capo, quello che aveva parlato con Gino, rispose a una telefonata dicendo, a voce alta: “non ho concluso ancora, ma se non si fa vivo entro domani, lo chiami tu e gli offri 5 milioni di euro, vedrai che si convincerà!”

La telefonata arrivò alle orecchie di tutti, dal parroco, al sindaco, al tizio con la barba seduto su secchio rovesciato. E la sentì anche Gino, mentre era di ritorno nel capannone per proseguire quell’assemblea, a casa sua, che lui non aveva mai convocato.

Appena apparve, lo guardarono tutti con gli occhi sbarrati, ma questa volta ammutoliti. Si scambiarono i loro silenzi reciproci sgranando gli occhi, per provare a cogliere con lo sguardo più informazioni su ciò che le orecchie avevano appena sentito: qualcuno dopodomani gli avrebbe offerto 5 milioni di euro!

(segue)

 

29 Visite totali, 1 visite odierne