II – la terra di Gino

Gino non aveva preso sul serio la questione. Gli sembrava impossibile che volessero tassargli “l’attraversamento”. Si trattava di un vecchio ponte accomodato da un vecchio zio usando materiali trovati un po’ qua e un po’ là che collegava la parte più stretta del fiume. La “campata”, come la chiamavano, misurava appena due metri e nessuno si era mai azzardato di attraversare quel ponte con un carico pesante. Solo qualche volta ci passava il trattore, ma a velocità ridotta e avendo cura di farlo con cautela.
E poi non riusciva a capire per quale ragione, dovesse pagare una tassa per ripianare i debiti dello Stato. Proprio lui che con lo Stato non aveva mai avuto nulla a che fare. Mai un giorno in ospedale, mai un contributo pubblico. Da bambino era stato mandato a frequentare una scuola privata, proprio perché non ce n’era una pubblica nel raggio di diversi chilometri. E da grande era stato messo a lavorare nei campi vivendo di ciò che produceva, al netto delle tasse che il suo amico commercialista gli diceva di pagare.
Il commercialista veniva dalla città e andava in giro per i campi a fornire servizio a domicilio. Aveva proposto a Gino, in più occasioni di utilizzare le scappatelle delle cooperative o delle società che gli avrebbero permesso di abbassare l’imponibile e diminuire le imposte, ma niente! Cocciuto come un campagnolo il nostro Gino voleva pagare il giusto per non avere problemi.
Era di quelli che pensavano “se fai il dovere tuo, dagli uomini, non può capitarti nulla di male. Al resto ci pensa il buon Dio”.
Ma i problemi erano arrivati! Leggendo bene la lettera si faceva riferimento alla circostanza che si aveva notizia di un attraversamento fluviale, ma questo non risultava nelle mappe in possesso della regione e del Comune.
La tassa, dunque, era dovuta, visto che il ponte c’era, perché avevano appreso della sua esistenza, ma era necessario un sopralluogo per stimarne le fattezze e da quelle calcolare il valore del manufatto.
Lo avevano chiamato proprio così: “il manufatto”. È incredibile come le parole possano riuscire a dare dignità alle cose, così come a toglierla. A lui sembrava molto di più di un semplice “manufatto”. Era un’espressione che aveva sentito utilizzare quando il solito commercialista, una volta, gli aveva suggerito di demolire un casotto per gli attrezzi che non era stato denunciato. Ma quel ponte meritava una considerazione maggiore.
Si voltò a guardarlo e lo vide sempre lì, in attesa, curvo come la gobba di un cammello, ma saldo come un possente elefante. Però vecchio e appesantito dagli anni come un pugile suonato che ne ha viste tante, ma sono solo ricordi.
Era la prima volta che lo vedeva così. Fino a quel momento lo aveva attraversato come si fa con un’abitudine. A pensarci bene quel “manufatto” sembrava portare bene i suoii anni. Non aveva sopportato mai dei carichi esagerati, ma aveva resistito ad alcune piene.
Ma le piene erano roba di altri tempi. Quel rivolo di fiume sormontato dal ponticello era quasi sempre di scarsa portata e si poteva attraversare tranquillamente a piedi bagnandosi fino a poco sopra le caviglie o guadarlo con un mezzo di quelli che chiamano suv.
Gino si fermò a pensare e dedusse che tra il rischio di vedersi arrivare una schiera di tecnici e burocrati e l’assenza del ponte, preferiva la seconda. Il ponticello “manufatto” non risultava nelle carte geografiche ? Ebbene, lo avrebbe subito demolito, così si sarebbe risolto ogni problema
III –
E poiché non era uomo di mezze misure e non era abituato a rimandare a domani ciò che si poteva fare nell’immediato, l’indomani mattina si svegliò con un pensiero fisso. Quindi, alle prime ore dell’alba mise in atto il suo piano. Ma prima di passare alle vie di fatto pensò di fare un passaggio dal commercialista, l’unica persona a lui vicina che potesse spiegargli questo strano meccanismo che, improvvisamente imperversava nella sua vita e lo aveva sottratto alla sua abituale tranquillità.
“Lei che queste cose le conosce, può spiegarmi che cosa vuol dire questa lettera che mi hanno inviato?” Mentre lo diceva, Gino, allungava la mano con la lettera in direzione del commercialista che, la ricevette prendendo fiato e gonfiando il petto, dandosi il tono di chi era in grado di comprendere ogni cosa. Perché era per quello che veniva interpellato.
Guardò la lettera in tutte le sue parti, il timbro, il protocollo, il mittente, la firma e poi passò al contenuto. Quando ebbe finito si rivolse a Gino dicendo: “amico mio, questa lettera è stata inviata a tutti. Intendo a tutti i proprietari di un attraversamento. E si tratta dell’applicazione di una nuova imposta che potremmo definire “di solidarietà”. Cioè, i cittadini, ciascuno a suo modo, debbono concorrere a ripianare il debito che l’Italia ha contratto con l’Europa.”
“Scusi dottore” provò a ribattere Gino. I due si conoscevano da anni, ma non erano mai entrati in confidenza. E poi, la situazione richiedeva il copione tipico dell’esperto con l’assistito. Gino proseguì “io non ho contratto debiti con nessuno e ho sempre mangiato quello che la terra mi ha dato. Ho comprato solo ciò che mi permettevano quei soldi che mettevo da parte e non ho mai pensato di fare acquisti così impegnativi da non potermi permettere. Quindi non capisco come faccio a dovermi sentire indebitato con qualcuno… in Europa.”
“Ma noooo” aggiunse l’esperto, con il tono di chi é inorridito per avere assistito a una argomentazione illogica e banale. “Le spiego: i debiti di cui si parla, non li ha contratti lei in persona. Li ha contratti lo Stato, nel suo interesse”.
“Nel mio interesse? Ma io non ho mai chiesto nulla! E non capisco quale mio interesse li abbia portati a indebitarsi così tanto da tassare anche il ponte del povero zio Ubaldino”
“Vede, per comprendere la questione ci vuole una visione politica e globale”
“Caro amico” ribatté subito Gino “come diceva il mio babbo: tutte le volte che gli argomenti portano sulle questioni alte, c’é sempre dietro una fregatura” e continuò “mi scusi: io pago tutte le tasse per avere dei servizi. Ebbene, di servizi non ne vedo e mi debbo sentire pure indebitato per debiti contratti da qualcuno per i fatti suoi…”
“Ma che dice? Adesso mi fa l’anarchico? Le ripeto che i debiti li ha contratti lo Stato, sicuramente, nell’interesse della collettività”.
“Lei avrà pure studiato e frequenta quella gente, ma anche un povero campagnolo capisce che gli interessi che li hanno portati a indebitarsi non hanno nulla a che vedere con la collettività. Sono interessi loro e dei loro amici e vogliono che li paghiamo noi. Perché loro amministrano, decidono e se non fai come gli aggrada ti fanno passare per fuorilegge, anche se tu sei limpido come una sorgente. Sa che le dico? Io non ci sto.”
Chiuse così la conversazione in modo brusco e con l’aria infastidita si allontanò.
Ci mise pochi minuti per trovarsi davanti al ponte dello zio Ubaldino. Si fermò a guardarlo, lo osservò con un’attenzione insolita, come non aveva mai fatto prima e scorse particolari che gli erano sfuggiti.
Le pietre non erano regolari, ma erano tenute insieme da un impasto reso più solido con l’aggiunta di ghiaia. Ogni pietra aveva un colore diverso. Sicuramente il vecchio zio aveva fatto razzia dei rimasugli che trovava in giro, senza curarsi che le pietre fossero omogenee. E così aveva fatto convivere resti di antiche vestigia con pietre comuni. Tutte assurte al ruolo di pietre di ponte.
Si fermò a guardarlo come si fa con una persona cara a cui si dedica l’ultimo saluto. Rivolse il pensiero a quel suo avo che lo aveva eretto e realizzato così bene da farlo durare fino a lui e, in qualche modo, provò a scusarsi per quel suo gesto. Ma il mondo era cambiato e non si era più liberi come un tempo, nemmeno nella proprietà che era appartenuta alla sua famiglia.
Non si curò che fosse ancora giorno. Da quelle parti non passava mai nessuno. Andò a prendere qualche arnese e cominciò ad assestare il primo colpo.
Non successe nulla. Continuò deciso, ma con delicatezza, come se non volesse colpirlo nelle parti più sensibili. Dopo i primi colpi aggiunse maggiore forza e si diresse proprio nel punto più alto. Il ponte sembrava essersi rassegnato al suo ultimo giorno e non oppose più alcuna resistenza. Cominciò a sbriciolarsi e piano piano svelò un’armatura di metallo, anch’essa costruita con materiali di risulta. Riconobbe una rete metallica, pezzi di una vecchia tettoia, un pezzo di trebbiatrice.
Ormai messo a nudo, sotto gli ultimi colpi il ponte crollò senza fare rumore, con la stessa discrezione con cuii aveva vissuto la sua vita.
Le pietre rotolarono nel fiume e cominciarono a confondersi con i ciottoli. Gino le distribuì in modo uniforme e fece attenzione a rimuovere le parti metalliche.
Del ponte dello zio Ubaldino non c’era più traccia. Si intravedeva solo una strada sterrata che improvvisamente, davanti al fiume, si interrompeva, per riprendere la sua corsa dalla parte opposta.
“Missione compiuta!” Disse Gino, tra sè e sè. Adesso c’era da informare gli uffici burocratici che si erano sbagliati: lì non c’era nessun attraversamento e nessun manufatto.

(segue)

44 Visite totali, 2 visite odierne