XII – la terra di Gino

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Non bastava la folla. Adesso anche il frastuono!

Si alzò un vento che pareva un turbine. Ogni cosa che fosse leggera e non ancorata saldamente volò in aria, andando a depositarsi in un posto a caso. Tutti rivolsero lo sguardo verso il bestione a motore che, dopo essere atterrato, sputò fuori un tizio con in mano una valigetta.

Gino era l’unico a contrastare quel clima di concitazione e chiasso. Guardò la scena rimanendo fermo sulla porta di casa. In fondo, pensava, tutti quelli erano piombati a casa sua, senza nemmeno essere stati invitati, né si poteva dire che fossero graditi. Senza scomporsi gli scappò persino una mossa di ilarità guardando quel tizio che scendendo dall’elicottero, attraversava la zona ancora invasa dal vento creato dal rotore, tenendo, con una mano, la giacca, per evitare che tutto ciò che conteneva volasse via e con l’altra, la valigetta che conteneva chissà cosa.

Si accorse che tutta quella gente vestiva allo stesso modo, usava le stesse parole. Avevano tutti una soluzione da consigliare a qualcuno, un malfunzionamento causato da qualcun altro e litigavano, facendosi la guerra a vicenda. C’era poi una cosa che lo aveva colpito, da sempre: tutta questa gente pensa di essere evoluta, moderna e organizzata, ma quando vai nei loro uffici, trovi disordine e hanno sempre un problema da risolvere che non gli consente di fare ciò che si dovrebbe. E poi hanno tutti facce tristi, come se fossero in condizione di schiavitù. In campagna queste cose non succedono e persino gli animali sembrano felici di fare la loro parte. E le persone, senza il bisogno di avere fatto tutti quei loro studi e frequentato le loro scuole, fanno il proprio dovere e sanno rispettarsi fino al punto da sorprendersi se qualcuno non lo fa. Non cercano la vita comoda e soprattutto, non piombano a casa della gente, anche dall’alto, senza essere invitati, a meno che non si tratti di una festa o di un funerale.

Ma soprattutto lo incuriosiva quella valigetta che ciascuno portava. Gli veniva in mente il vecchio dottore, Osvaldo, che girava sempre con la sua borsetta cicciotta, da cui ci si aspettava che tirasse fuori qualche ritrovato tecnico o qualcosa di miracoloso, ma alla fine prescriveva a tutti la stessa aspirina o nei casi più gravi, gli antibiotici. Ricordava che una volta, insieme agli altri ragazzi, approfittando che il medico fosse impegnato in un’altra stanza, aprirono la borsa per curiosarvi e vi trovarono un panino e un pezzo di formaggio, accanto allo stetoscopio e a una scatola di alluminio che, sicuramente custodiva una siringa del tempo, di quelle che, prima dell’uso, dovevano essere bollite.

Il tizio con l’elicottero e la valigetta si avvicinò alla sua porta e lo invitò a entrare, come se fosse casa sua. Gino lo accontentò e ci mancò poco che, con un gesto automatico, lo ringraziasse per l’invito.

“Signor Gino!” esclamò, mentre si sedeva e invitava Gino a fare altrettanto accanto a lui “Lei non mi conosce!”

Gino pensò: “finalmente un’affermazione vera”. Ma sapeva che era un trucco che usavano quelli che ti vogliono raggirare, cominciano con l’apparire sinceri… e poi… si sa dove vanno a parare.

“Ormai si fa un gran parlare della sua situazione. Ed è inutile che lo nascondiamo, lei si trova in una condizione, a dir poco, geniale. Si rende conto che, non essendoci uno straccio di documento che provi l’appartenenza del suo terreno a una nazione, lei è un uomo libero? Forse l’unico uomo libero sulla faccia della terra! Tutti dobbiamo dare conto a qualcuno. Siamo obbligati a registrare la nostra nascita presso uno Stato, altrimenti è come se non esistessimo, siamo obbligati a obbedire chiunque si metta a capo, non importa come e quando e non importa cosa facciano o dicano, siamo obbligati a pagare le tasse per le spese che fanno i governanti, altrimenti ci arrestano. Mi consenta di dirlo: lei si trova in un paradiso!”

Gino rimaneva impassibile e non vedeva l’ora che quel tizio decidesse di avere finito il solito discorso che, certamente, si sarebbe concluso con una proposta che… gli avrebbe tolto ogni diritto su quello che aveva chiamato il suo paradiso.

“Mi perdoni la mia invadenza” proseguì l’uomo “e la prego di considerarmi come una persona che vuole aiutarla. Si metta pure comodo, mi ascolti bene e se vuole, prenda pure qualcosa da bere. Si serva pure!”

Gino stava per assecondarlo, ma poi si ricordò che si trovava a casa sua e non gli andava di accettare l’invito a bere da parte di estranei. Decise di soprassedere e continuò a guardarlo con l’espressione di chi non si aspetta nulla di nuovo.

“Dunque” riprese il tizio venuto dall’alto “la sua condizione è invidiata da molti. Io voglio essere diretto e sincero. Sappiamo tutti che il sottosuolo del delta del fiume è pieno di petrolio. E sappiamo bene che se non si è ancora provveduta a impiantare un sistema di trivelle è soltanto per ragioni politiche. E sappiamo tutti e due che queste forze che si oppongono possono agire nel territorio italiano, ma non possono fare nulla se, come sappiamo, si tratta di un territorio… diciamo, estero. Quindi, se lei ci concederà di installare gli insediamenti, come immagina, ce n’è per tutti!

Disse proprio così “sappiamo tutti”, “sappiamo tutti e due”. Gino non sapeva un bel niente di quella roba e francamente preferiva rimanere in quella condizione. E poi che voleva dire “ce n’è per tutti”. Di cosa? Di petrolio, di ricchezza, di fama?

Fu in quell’istante che suonarono alla porta. O meglio, bussarono, perché Gino, come sappiamo, non aveva mai installato il campanello. Andò ad aprire a gli apparve il postino con, sullo sfondo, le persone di prima che gettavano lo sguardo curiose e attendevano di conoscere l’oggetto della conversazione con l’uomo all’elicottero.

Gino fece entrare l’amico postino che gli fece una confessione, con gli occhi bassi: “mi devi perdonare, ma qui ormai è tutto un caos. Questa lettera è diretta a te, ma… me l’hanno strappata dalle mani e l’hanno aperta. Non ci crederai. Tu conosci Armando, il figlio della Rosina, quello che lavora in Comune. Ebbene, questo matto, che diciamocelo, non ti è mai stato amico, nella lettera ti scrive che…”

Il postino si blocco’ per la commozione e poi riprese “ti scrive che devi restituire la carta d’identità perché non risulti residente nel territorio italiano e che, poiché non sei nemmeno cittadino europeo, non puoi circolare se non hai un passaporto regolare, rilasciato da una nazione che sia stata riconosciuta dal nostro Paese”.

Disse questo sottovoce, ma nella piccola stanza si sentì ogni cosa. L’uomo con l’elicottero, colse l’occasione per intervenire dicendo “non si preoccupi, anche questo possiamo risolverlo facilmente. Le faremo avere la nazionalità di un Paese dell’Unione europea”

Gino si fermò, preoccupato. Guardò i suoi ospiti e disse: adesso voglio che mi lasciate in pace e da solo. Vi chiedo la cortesia di dirlo a tutti quelli che sono lì fuori. Portateveli via con voi.

“Non sarà facile!” disse l’amico postino “anche se chiami la polizia, quelli qui non ci vengono perchè non hanno giurisdizione. Tu, praticamente… vivi all’estero”.

Gino alzò l’ingegno, guardò entrambi gli ospiti e disse: “bene, adesso andate via e dite a tutti quegli sfaccendati che stanno qui fuori che ho già deciso e che proprio questa mattina, prima che veniste ho già firmato un accordo. Domani lo saprete. Adesso, però andate via e portatevi tutti con voi”

Gli ospiti uscirono salutando Gino, con gli occhi bassi, come se avessero appreso di un lutto. E intanto fuori correva voce dell’accordo e ciascuno man mano che si allontanava faceva pronostici, contento di tornare a casa con una notizia “in esclusiva” e appresa “in prima persona”.

(segue)

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