IX – la terra di Gino

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Sentì come un vuoto improvviso. Viveva da sempre in quella casa e nessuno gli aveva mai rubato nulla. In verità, tranne qualche rara eccezione, non aveva mai invitato nessuno. Ma,… a dire il vero, anche questa volta non li aveva invitati. Erano sbucati fuori come funghi, all’improvviso. E tutto ciò a causa della scoperta che la sua terra risultava “straniera”. La cosa era stata presa proprio come se, a bordo delle caravelle, avessero scoperto una terra nuova, per cui ciascuno si sentiva un novello Cristoforo Colombo che doveva decidere che cosa farne. Anche se in verità, Colombo, quello vero, non decise  un bel niente al riguardo.

Ma perché quelle carte erano state sottratte? A chi potevano servire? Pensò alla fortuna di avere fatto le copie, anche se non erano in suo possesso, e si accorse di non essere, comunque allarmato, perché non gli pareva possibile che qualcuno potesse negare la sua proprietà o il suo possesso ininterrotto.

Sentiva comunque di avere subito una violazione tra la sue cose, a casa sua, proprio dove si sentiva sicuro, dove ritornava per ritrovarsi, al riparo dalle stranezze del mondo esterno. Eppure, proprio lì, qualcuno, di nascosto, approfittando del trambusto, lo aveva derubato, sottraendogli una parte importante del suo passato. Quella parte che lo autorizzava a sentirsi padrone di qualcosa. E soprattutto padrone di un “confine”.

Quel confine, che lui passava di rado, attraversato soltanto da un ponticello, che adesso non c’era più, era una protezione e la difesa dalle irrazionalità del mondo che viveva ed era costretto a subire, perché ne faceva parte. E adesso aveva appreso persino che quel mondo lì non era il suo, non era più obbligato ad appartenervi. In qualche modo, per ragioni che affondavano nella storia, si erano dimenticati di inglobare la terra in cui era nato e tutta la sua storia, ma lui non se ne sentiva escluso. Che cosa poteva mancargli di ciò che c’era oltre il confine? Pensò e non gli venne in mente nulla. La sua memoria non riuscì a fermarsi in un luogo specifico o in una situazione che gli accendesse una qualche nostalgia o un sentimento che fosse piacevole.

Le persone, quelle che conosceva e con cui aveva vissuto, pur nella reciproca discrezione, non riusciva a chiuderle dentro o fuori i confini. Quelle c’erano e ci sarebbero sempre state. I posti belli che aveva visto, quelle volte che era andato in giro, rimanevano belli, anche fuori dal confine, come quelle piazze enormi e imponenti che aveva attraversato o quel castello rosso fuoco della città più vicina o quel duomo con la facciata triangolare e tante guglie appuntite che gli sembrava così diverso da tutti gli altri monumenti.

“La bellezza non ha confine” pensò. Non si può chiuderla dentro qualcosa e non ti sembra lontana. Né si può impossessarsene. É come se appartenesse a tutti.

Ma il mondo era fuori di sé, tutti accecati dalla mania di possesso e tutti presi dal desiderio di sentirsi “padroni” di qualcosa che poi li renderà schiavi. E lui, che era sempre stato defilato e lontano da queste “cose”. Proprio lui, adesso, risultava l’unico vero padrone di qualcosa che… non fosse degli altri.

Chi lo aveva derubato di quei documenti, probabilmente, gli invidiava quella strana condizione di libertà. Adesso avrebbe dovuto mettersi all’opera per recuperarli. Non sapeva affatto da dove cominciare e con chi parlare, ma non si agitò. Pensò che si era fatto tardi, il sole stava tramontando e, come era sua abitudine, pensò di andare a dormire. Affidava al buon Dio e al nuovo giorno la soluzione del problema.

Il nuovo giorno non tardò ad arrivare e si presentò in modo inconsueto. Appena alzato dal letto, infatti, si accorse di un foglio di carta che qualcuno aveva infilato sotto la porta. Si chinò per prenderlo e lo lesse. C’era scritto così “se vuoi riavere le tue carte devi andare all’albero dove c’è quel mucchio di pietre bianche”.

Davvero uno strano messaggio. Chi ne era l’autore e che cosa voleva esattamente da lui?

Si mise un po’ di paura e tornò a provare la sensazione di chi si sente violato nel suo mondo, da una presenza estranea, ma non aveva scelta.

Finì di vestirsi e andò verso quell’albero. Si avvicinò, guardò intorno, ma non trovò nessuno. Tra le pietre del mucchio che stavano appoggiate ai piedi del tronco, vide sbucare uno strano foglio di carta bianca, piegato in quattro, che risaltava tra i colori della natura. Lo prese, lo aprì e lo lesse. Anche questo conteneva una scritta, con una calligrafia che non sembrava volersi nascondere, che diceva: “tu sai che sotto questo mucchio di pietre avete seppellito “Birillo”, quel cane che ti ha cresciuto, che ti ha ritrovato quella volta che ti eri perduto nel campo di granturco, dove le piante erano più alte di te e non sapevi ritrovare la via d’uscita, che ti ha fatto sempre compagnia”. Il messaggio proseguiva dicendo “se vuoi del tue carte devi andare sotto le tre querce che stanno vicino al fiume”

Ma che strani messaggi? Qualcuno si prendeva gioco di lui. Si sentiva guidato come un burattino, ma non aveva scampo. Si alzò e si diresse verso le tre querce.

Questa volta non cercò nessuno. E infatti non c’era nessuno ad attenderlo. Osservò con attenzione e nell’incavo della corteccia dell’albero più grande trovò un altro biglietto. C’era scritto: “ti ricordi ? All’ombra di queste querce organizzammo la festa della tua prima comunione. Fu una bella giornata che finì, per noi piccoli, con il bagno al fiume. Lo ricordo ancora come fosse ieri. Tu sei sempre stato timido e sembravi confuso, ma eri contento di vederci tutti intorno a te. E adesso, seguimi e vai a prendere il messaggio che ti ho lasciato nella buca delle lettere”.

Ma chi era a scrivere quelle cose? Certamente qualcuno che lo conosceva da sempre. Ma perché?

Si sentì rassicurato e si diresse fiducioso verso la buca delle lettere, quella che si reggeva a pena, al di sopra di un palo, ricavata da un’antica cassetta di legno e verniciata di rosso. La aprì e vi trovò il foglio che si aspettava. C’era scritto “questa buca, ti ricorderai, la costruì tuo padre. Lo fece perché era stato chiamato a servire la Patria e voleva essere sicuro che la tua mamma ricevesse le sue lettere. Ne scrisse tante e in continuazione. Ricordo che alcune volte, il postino, chiedeva a noi ragazzi la cortesia di imbucarle. Noi lo facevamo e aspettavamo nascosti di vedere la tua mamma che veniva tutti i pomeriggi, sperando di trovare una nuova lettera del babbo. E quando la trovava si fermava, come se il mondo intorno non esistesse, la leggeva tutta di un fiato e si accendeva in volto”.

La lettera continuava “potrei farti girare tutto il campo per farti venire alla memoria ogni angolo di questa terra. Oggi pomeriggio ti verrò a trovare e ti restituirò le tue carte, ma prima che tu prenda qualsiasi decisione, voglio che fai un bel giro per ogni luogo di questo posto straordinario che è solo tuo”.

Gino si fermò, stupito e pensieroso. Era stato bello vedere riaffiorare quei pensieri che le ansie quotidiane e le paure avevano sommerso. Gettò uno sguardo alla sua terra e rientrò lentamente. Avrebbe atteso con piacere la visita di questa persona misteriosa, come, probabilmente, non era mai successo in passato.

(segue)

 

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