III – la terra di Gino

E poiché non era uomo di mezze misure e non era abituato a rimandare a domani ciò che si poteva fare nell’immediato, l’indomani mattina si svegliò con un pensiero fisso. Quindi, alle prime ore dell’alba mise in atto il suo piano. Ma prima di passare alle vie di fatto pensò di fare un passaggio dal commercialista, l’unica persona a lui vicina che potesse spiegargli questo strano meccanismo che, improvvisamente imperversava nella sua vita e lo aveva sottratto alla sua abituale tranquillità.

“Lei che queste cose le conosce, può spiegarmi che cosa vuol dire questa lettera che mi hanno inviato?” Mentre lo diceva, Gino, allungava la mano con la lettera in direzione del commercialista che, la ricevette prendendo fiato e gonfiando il petto, dandosi il tono di chi era in grado di comprendere ogni cosa. Perché era per quello che veniva interpellato.

Guardò la lettera in tutte le sue parti, il timbro, il protocollo, il mittente, la firma e poi passò al contenuto. Quando ebbe finito si rivolse a Gino dicendo: “amico mio, questa lettera è stata inviata a tutti. Intendo a tutti i proprietari di un attraversamento. E si tratta dell’applicazione di una nuova imposta che potremmo definire “di solidarietà”. Cioè, i cittadini, ciascuno a suo modo, debbono concorrere a ripianare il debito che l’Italia ha contratto con l’Europa.”

“Scusi dottore” provò a ribattere Gino. I due si conoscevano da anni, ma non erano mai entrati in confidenza. E poi, la situazione richiedeva il copione tipico dell’esperto con l’assistito. Gino proseguì “io non ho contratto debiti con nessuno e ho sempre mangiato quello che la terra mi ha dato. Ho comprato solo ciò che mi permettevano quei soldi che mettevo da parte e non ho mai pensato di fare acquisti così impegnativi da non potermi permettere. Quindi non capisco come faccio a dovermi sentire indebitato con qualcuno… in Europa.”

“Ma noooo” aggiunse l’esperto, con il tono di chi é inorridito per avere assistito a una argomentazione illogica e banale. “Le spiego: i debiti di cui si parla, non li ha contratti lei in persona. Li ha contratti lo Stato, nel suo interesse”.

“Nel mio interesse? Ma io non ho mai chiesto nulla! E non capisco quale mio interesse li abbia portati a indebitarsi così tanto da tassare anche il ponte del povero zio Ubaldino”

“Vede, per comprendere la questione ci vuole una visione politica e globale”

“Caro amico” ribatté subito Gino “come diceva il mio babbo: tutte le volte che gli argomenti portano sulle questioni alte, c’é sempre dietro una fregatura” e continuò “mi scusi: io pago tutte le tasse per avere dei servizi. Ebbene, di servizi non ne vedo e mi debbo sentire pure indebitato per debiti contratti da qualcuno per i fatti suoi…”

“Ma che dice? Adesso mi fa l’anarchico? Le ripeto che i debiti li ha contratti lo Stato, sicuramente, nell’interesse della collettività”.

“Lei avrà pure studiato e frequenta quella gente, ma anche un povero campagnolo capisce che gli interessi che li hanno portati a indebitarsi non hanno nulla a che vedere con la collettività. Sono interessi loro e dei loro amici e vogliono che li paghiamo noi. Perché loro amministrano, decidono e se non fai come gli aggrada ti fanno passare per fuorilegge, anche se tu sei limpido come una sorgente. Sa che le dico? Io non ci sto.”

Chiuse così la conversazione in modo brusco e con l’aria infastidita si allontanò.

Ci mise pochi minuti per trovarsi davanti al ponte dello zio Ubaldino. Si fermò a guardarlo, lo osservò con un’attenzione insolita, come non aveva mai fatto prima e scorse particolari che gli erano sfuggiti.

Le pietre non erano regolari, ma erano tenute insieme da un impasto reso più solido con l’aggiunta di ghiaia. Ogni pietra aveva un colore diverso. Sicuramente il vecchio zio aveva fatto razzia dei rimasugli che trovava in giro, senza curarsi che le pietre fossero omogenee. E così aveva fatto convivere resti di antiche vestigia con pietre comuni. Tutte assurte al ruolo di pietre di ponte.

Si fermò a guardarlo come si fa con una persona cara a cui si dedica l’ultimo saluto. Rivolse il pensiero a quel suo avo che lo aveva eretto e realizzato così bene da farlo durare fino a lui e, in qualche modo, provò a scusarsi per quel suo gesto. Ma il mondo era cambiato e non si era più liberi come un tempo, nemmeno nella proprietà che era appartenuta alla sua famiglia.

Non si curò che fosse ancora giorno. Da quelle parti non passava mai nessuno. Andò a prendere qualche arnese e cominciò ad assestare il primo colpo.

Non successe nulla. Continuò deciso, ma con delicatezza, come se non volesse colpirlo nelle parti più sensibili. Dopo i primi colpi aggiunse maggiore forza e si diresse proprio nel punto più alto. Il ponte sembrava essersi rassegnato al suo ultimo giorno e non oppose più alcuna resistenza. Cominciò a sbriciolarsi e piano piano svelò un’armatura di metallo, anch’essa costruita con materiali di risulta. Riconobbe una rete metallica, pezzi di una vecchia tettoia, un pezzo di trebbiatrice.

Ormai messo a nudo, sotto gli ultimi colpi il ponte crollò senza fare rumore, con la stessa discrezione con cui aveva vissuto la sua vita.

Le pietre rotolarono nel fiume e cominciarono a confondersi con i ciottoli. Gino le distribuì in modo uniforme e fece attenzione a rimuovere le parti metalliche.

Del ponte dello zio Ubaldino non c’era più traccia. Si intravedeva solo una strada sterrata che improvvisamente, davanti al fiume, si interrompeva, per riprendere la sua corsa dalla parte opposta.

“Missione compiuta!” Disse Gino, tra sè e sè. Adesso c’era da informare gli uffici burocratici che si erano sbagliati: lì non c’era nessun attraversamento e nessun manufatto.

(segue)

 

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