il tesserino del misterioso Letterio

Era un bar senza pretese, di quelli che nascono vicino agli uffici ministeriali, con i soliti clienti nelle ore di stacco. E’ bene usare il plurale perché, si sa, da quelle parti non c’è un’ora sola, ma le ore sono diverse.

C’è la prima fascia, di quelli che hanno timbrato, ma che non hanno ancora fatto colazione. Per questi c’è l’angolo dei “cornetti”. Da queste parti è quello il nome delle brioches, qualunque forma abbia, che accenda la diatriba con i malcapitati del nord che ribattono “ti riferisci al gelato?”.

C’è poi la fascia dell’aperitivo, per la quale Pasquale, il barista, prepara il suo cocktail che ha chiamato “De Pretis” in omaggio al personaggio a cui è intesta la via che costeggia il bar.

Poi c’è quella del pranzo, per la quale si mette in moto la macchina dell’organizzazione per fare apparire come freschi e frutto della fantasia di uno chef i piatti surgelati e conservati nel congelatore.

Infine c’è la fascia pomeridiana, non meglio definita, dove si trova di tutto: da quelli che non hanno ancora pranzato, a quelli che chiedono un analcolico, a quelli che osano con uno spritz.

Tra i clienti della fascia più popolosa c’era Letterio. Con un nome che rivela le sue origini e un’età imprecisata: sembrava avanti negli anni per essere un impiegato in servizio e troppo giovane per essere un pensionato.

Ogni giorno, alla stessa ora, quella della pausa pranzo dei ministeriali, dalle 14.00 alle 15.30, si presentava sorridente e si esercitava nella scelta del piatto da mangiare, senza alcuna sorpresa che il menu fosse sempre lo stesso.

Portava un abbigliamento che si mimetizzava con il contesto: un pantalone e una giacca di colore indeciso, per non apparire, una camicia sempre bianco o al massimo celestina, una cravatta che sembrava di ordinanza. Sembrava una di quelle cravatte che conservano all’ingresso degli uffici in cui è obbligatoria, allo scopo di darle in prestito agli avventori, con uno di quei colori che stanno bene con tutto, cioè con niente.

Ma Letterio era sempre in ordine, scarpe pulite, ombrello, quando necessario, una borsa di tela con qualcosa all’interno e attorno al collo una cordicella a cui era attaccato un cartellino, con tanto di foto, timbri e altro.

“buongiorno Letterio, che cosa possiamo servirti oggi di bello?”

Era la frase con cui lo accoglievano, tutti i giorni. Quelli feriali, si intende!

I bar, si sa, sono un luogo da cui si misura la nostra familiarità con il territorio o persino l’esistenza. Se hai un bar dove ti riconoscono, sei un essere che vive e ha un territorio. In caso contrario, sei un apolide.

Il massimo della prova (dell’esistenza in vita) è riservata a quelli che si permettono il lusso di entrare al bar e ordinare “il solito” o persino di essere serviti con un semplice sguardo.

Insomma, il nostro Letterio era salutato con calore e guidato nella scelta della pietanza del giorno.

I tavoli del locale non era numerosi e si era diffusa l’usanza di usarli aprendosi alla condivisione con gli avventori solitari. Così, il nostro Letterio, sempre solitario, veniva assegnato, di volta in volta, a un tavolo diverso. Ed è lì che dopo avere trascorso i primi minuti a origliare, familiarizzava e si intrometteva nelle conversazioni sui massimi sistemi o sulle rivendicazioni personali di cui ciascuno era portatore.

Aveva imparato ad ascoltare e aveva appreso che ogni conversazione, anche quella avviata con le migliori intenzioni, finiva per virare verso gli aspetti problematici. E così, se non si parlava di malattie, si frugava sui mali del mondo o si spaziava sulle colpe del Governo o si scadeva sui guai della stagione, mai più “mezza” e sempre foriera di nuove emergenze.

Tutti impegnati a consumare il pasto come se fosse un’ora d’aria, ciascuno con il proprio tesserino al bavero con una clip o infilato nel taschino della giacca o attaccato alla cintura. Lui lo portava appeso al collo, con una cordicella lunga. Così lunga da arrivare fino all’ombelico.

Le regole della buona educazione volevano che nessuno dei commensali, trovandosi allo stesso tavolo con uno sconosciuto, chiedessero le generalità o il luogo di lavoro. Ma lo sguardo di ciascuno tradiva la curiosità. E il tesserino era il luogo più ambito per fugare ogni dubbio.

Quello di Letterio, però era troppo in basso per essere visibile a uno sguardo veloce. E poi, accanto alla foto c’era una scritta sbiadita e con caratteri piccoli, difficilmente comprensibili.

La questione non era così importante, ma dopo qualche tempo la curiosità aveva preso il sopravvento: chi era questo signore? In quel ufficio lavorava?

Si era accesa una competizione tra tutti: bisognava riuscire a leggere il suo tesserino!

Uno c’era quasi riuscito. Aveva decifrato una sorta di “Ufficio centrale…” e nient’altro. Un altro aveva sbirciato più in là: “Ufficio centrale per il contrasto ai…”

Il mistero cresceva in modo esponenziale e si diffondeva tra tutti i clienti abitudinari. E così quando il nostro Letterio varcava la soglia del bar, tutti, in un modo o nell’altro, lo scrutavano nei movimenti.

Si era accesa una sorta di competizione e un po’ tutti avrebbero voluto vantarsi di avere risolto il mistero. C’era anche chi gli faceva posto per condividere il pasto e approfittare dell’occasione. E chi, per non apparire scortese, dopo averlo guardato negli occhi, subito fingeva interesse per qualche oggetto sul pavimento, in modo da riuscire a leggere il tesserino che era collocato all’altezza dell’ombelico. Ma niente! L’operazione non era facile.

Ma un giorno accadde ciò che tutti speravano. Fu il ragioniere Tazio Magrini, inquadrato nel ruolo degli esperti, nell’ottavo livello bis, uno dei frequentatori più assidui che, con spirito sportivo, si fece avanti: ci penso io! Che volete che sia?

L’indomani scattò la macchina organizzativa e fecero in modo che accanto al Magrini rimanesse un posto libero. Letterio arrivò, fu accolto con finta normalità e dopo avere preso il suo vassoio con le pietanze preferite, fu guidato vero il posto concordato.

A questo punto, Tazio Magrini, sapendo di essere osservato, si impegnò per essere all’altezza della situazione. Accolse Letterio con un fare amichevole e cominciò a intrattenere una sorta di conversazione.

Nel più bello della conversazione, per mostrare tutto il suo coraggio, si voltò verso l’interlocutore e simultaneamente, lo guardò negli occhi, afferrò il cartellino e gli disse: amico mio, dove lavori?

Nel locale precipitò il silenzio assoluto. Letterio tacque. Il ragioniere lesse tutta la scritta e divenne paonazzo. Non disse più nulla, non preferì parola, finì frettolosamente il suo pasto e scappò via.

Ma che cosa c’era scritto di così strano e grave da non potersi dire e scatenare le ire del ragioniere coraggioso?

Ciascuno ritornò alle proprie occupazioni. Ma la calma apparente era solo il segnale di una curiosità che non trovava sbocchi, ma che montava a dismisura. Fu così che arrivò il secondo volontario. Questa volta era una donna: Annarella. Una di quelle che si vantava di reggere le conversazioni con gli uomini: sapeva di calcio e di automobilismo, amava le scommesse e vestiva sempre di nero perché, si sa, “sfina”.

Il copione era già stato sperimentato con successo. All’indomani, Letterio entra, prende il vassoio, sceglie cosa mangiare e si trova, questa volta, era compagno di tavolo di Annarella.

Il nostro uomo sembrava partecipare inconsapevole, ma forse aveva già mangiato la foglia. Ma non si oppose. Tutti fingevano indifferenza, ma erano in attesa dell’esito del secondo tentativo.

Annarella applicò lo stesso metodo del ragioniere Magrini, ma aggiunse un fare, presuntivamente femminile. Nel bel mezzo di una conversazione qualsiasi, lo guardò negli occhi e allungò la mano per leggere il tesserino.

Letterio non oppose resistenza e attese che l’interlocutore terminasse la sua operazione.

La donna si soffermò nella lettura di ciò che vi era scritto e con lo sguardo incredulo e indispettito si mise a urlare: ma come ti permetti? Prese la mano destra e piantò un ceffone al povero Letterio.

Poi si alzò e lasciò il locale.

Il mistero rimaneva irrisolto e dai contorni sempre più intriganti.

Però, ormai, si era capito che la questione incuriosiva tutti.

Letterio rimase per confuso per la reazione della donna e si guardò intorno per cogliere quale tipo di atmosfera lo circondasse.

Trovò facce incuriosite e apparentemente distaccate, finchè non incontrò lo sguardo del titolare che, avvertendo di dovere trovare una soluzione per sdrammatizzare, gli disse: “a Lette’, ma ce fai sapere che c’hai scritto in quel coso? Già m’hai fatto fuori du’ clienti! Se continua così restamo solo io e te.”

Letterio, come se non fosse successo nulla, si alzò dal tavolo e si avvicinò al titolare, prendendo in mano il tesserino, per favorirgli la lettura del contenuto.

Il titolare guardò con attenzione, poi scoppiò in una fragorosa risata che scaldò subito l’ambiente. Si sentì, quindi, in dovere di condividere la nuova scoperta con i presenti. Lo fece e tutti si sbellicarono dalle risate.

Fu in quell’istante che nel locale entro il Commendatore de’ Magistris. Uno di quelli che ricordava a tutti che il suo cognome andava scritto con il “de” minuscolo e accompagnato dall’apostrofo, per via della discendenza nobiliare. Si trattava di un alto dirigente (certamente non per la statura, ma per la posizione) che, di tanto in tanto, faceva un salto in quel bar per uno spuntino veloce.

Lo conoscevano tutti. E lo salutavano con tanto di ossequi e riferimenti alla gentile signora. Qualcuno anche alla sorella. Ma detta così potrebbe sembrare un insulto, sul quale, manterrei qualche dubbio.

Anticipato dalla sua pancia abbondante, protetta da una gilet di maglina, della stessa era del vestito, il Commendatore entra nel locale e come d’incanto piomba il silenzio.

Era accompagnato da una signora, ma la sua attenzione era catturata da una conversazione che, dal tono doveva essere con una persona importante. Lo si vedeva dalle mosse ossequiose con cui rispondeva, come se l’interlocutore lo vedesse.

Finì la conversazione e ordinò. Si accorse di essere osservato e si lanciò in un saluto collettivo, come se fosse un amico degli amici del bar.

Fu per questa ragione che Gerardo, quello meno formale del gruppo e un po’ scemo, si rivolse al commendatore dicendo: buongiorno commendato’, le posso presentare un amico? Si chiama Letterio.

  • “Ma certamente!” rispose il commendatore
  • “Lei non immagina che lavoro fa!” Aggiunse Gerardo

Fu i quell’istante che nel locale piombò un’atmosfera mista tra la curiosità e la preoccupazione, mentre il titolare si mise le mani sui capelli esclamando “oddio no!”

Gerardo prende Letterio per il braccio e lo presenta al Commendatore ripentendo la frase maliziosa: “lei non immaginerebbe mai dove lavora quest’uomo. Vediamo se riesce a indovinare”

Il Commendatore, guardò Letterio, in modo cordiale, si accorse del tesserino e convinto di mostrare furbizia, lo prese e lo lesse.

Immediatamente, come se quell’oggetto fosse incandescente, se ne liberò, scaraventandolo fuori dal locale e urlando: ma come ti permetti? Ma ti sai chi sono io? Io tu posso rovinare definitivamente!

Il titolare si scusò per l’accaduto, mentre tutti trattenevano il desiderio di scoppiare in una fragorosa risata. Finché Antonio passando davanti al locale, dopo avere raccolto il tesserino con tutta la cordicella, entrò dicendo: “di chi è sto tesserino? Qui c’è una foto e c’è scritto: “Ufficio centrale per il contrasto ai ficcanaso” e nel nome e cognome c’è scritto “fesso chi legge”.

Ma di chi è?

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