la società dei bamboccioni

UnknownQualche anno fa era stato un ministro della Repubblica a lanciare sulla stampa il termine “bamboccioni”. Si riferiva a quei giovani che rimandano di diventare adulti, evitano di impegnarsi, e preferiscono vivere all’ombra dei genitori continuando ad abitare nella casa in cui sono nati e cresciuti, rimandando ogni scelta di vita e ogni impegno conseguente, permanendo nella condizione di protezione della famiglia originaria.

Molto lontani dall’idea tradizionale di giovani, pronti alle sfide e all’avventura. Al contrario, preferiscono il certo all’incerto e non si sentono motivati fino al punto da mettersi alla ricerca del nuovo. E … avendo sentito dire che il mondo è fatto di insidie pericolose, preferiscono trovare un posto sicuro in cui restare, al riparo dalle insidie, che lasciano comodamente agli altri.

Potrebbero essere paladini del famoso adagio per cui “la vita è un’esperienza pericolosa: nessuno ne è uscito vivo!”. E poi, abbiamo prove continue di persone che si sono impegnate, ma non hanno ottenuto nulla. Qualcuno ci ha persino rimesso la vita. Quindi: non conviene! Meglio stare seduti davanti alla tv o alla play station, meglio uscire per manifestare contro la mafia (si fa per dire) o per cantare in un karaoke, con le parole e la musica rigorosamente già scritte, così da evitare guizzi di fantasia, che potrebbero essere pericolosi.

E se proprio si vuole o si deve uscire di casa, si può trovare rifugio in un partito, di quelli tradizionali, come la famiglia, che non chiedono impegno e magari assicurano protezione, in cambio di fedeltà.

Ed è proprio questo l’ultimo stereotipo del bamboccione. Ha fatto il passo di uscire di casa per rifugiarsi in un’altra “famiglia”, quella del “partito corriera”, dove si entra, non per la difesa di ideali, ma nella prospettiva che, prima o poi, ti porti da qualche parte, con qualche incarico politico o (se va bene) istituzionale.

La “sindrome” non colpisce solamente i giovani, che hanno solo la “colpa” di non avere avuto modelli migliori. Riguarda soprattutto i meno giovani, quelli di un tempo, che hanno varcato la soglia dei 50 anni, che hanno visto le battaglie e sono scesi in piazza per la difesa della democrazia, che hanno creduto nella libertà di espressione e nella difesa della legalità. E oggi si trovano chiusi dentro lo stesso partito da anni. E come gli ultimi giapponesi a cui nessuno ha detto che la guerra è finita, rimangono in allerta per difendere un’isola sperduta da chiunque si avvicini, convinti (comodamente) di difendere la democrazia.

Il partito, quel partito, ha perso i suoi leader, ha cambiato la sede storica, ha modificato simboli e riferimenti, ha cambiato nome, ha subìto vicende giudiziarie, ha dilapidato risorse e seminato ingiustizie. Ma soprattutto, ha smesso di combattere per la democrazia e la legalità e ha “pensato bene” di entrare nel gioco degli affari abbracciando tutte le situazioni che prima censurava. Insomma: il partito, quel partito, non esiste più. Ma c’è ancora chi vi rimane aggrappato, anche se non vi si riconosce, anche se non lo condivide, anche se non ne ottiene alcun vantaggio, anche se chi lo dirige è espressione della peggiore classe politica, ecc.

Non si tratta di militanti fedeli “attaccati” agli ideali (che infatti non ci sono più) e nemmeno al partito, quanto invece, usando la stessa espressione di prima, di “bamboccioni” che cercano rifugio e protezione, al riparo dall’impegno ideologico e sociale, al riparo dalla consapevolezza della realtà, al riparo dalla necessità di trovarsi a scegliere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Non importa se tutto è cambiato e se, nello stesso partito, si è passati dal contrasto alla mafia al sostegno ai mafiosi, dalla legalità alla corruzione diffusa, dalla partecipazione democratica e assembleare alla dittatura interna ed esterna, dalla condivisione alla prepotenza.

Magari si lamentano. Magari parlano male dei propri leader. Magari sono rassegnati. E magari sperano nel cambiamento. Ma non pensano affatto di lasciare il partito: sarebbe un’esperienza da panico! Ben venga il cambiamento, ma sempre all’interno del proprio partito. La pigrizia esistenziale viene interpretata come “fedeltà” (di posizione). Il rifiuto di vedere i casi di corruzione, in casa propria, come “fedeltà” (al partito). Il disimpegno che lascia ai leader il compito di decidere, come “fedeltà” (alla linea politica).

Il bamboccione dei nostri giorni ha così nobilitato la sua pigrizia: si tratta di fedeltà al partito, alle posizioni, ai leader e a tutto ciò che lì accade o fuoriesce da lì. E se proprio sente il bisogno di impegno e di rabbia, si indirizza nei confronti di qualunque cosa si muova al di fuori dal proprio partito, anche se giusta, anche se esprime ideali sani, fino a diventare intollerante, razzista e aggressivo. Ma sempre nell’ambito della denominazione democratica del gesto.

Il bamboccione, come se vivesse in un videogame, è comodamente seduto sul suo divano (esistenziale) a sgranocchiare popcorn (ideologici), ma con il joystick (elettorale) esprime tutta la sua aggressività e considera nemico chiunque lo schermo gli propone come tale, per tornare a riposarsi non appena appaia la scritta “game over”.

Sacerdoti della democrazia passiva e spettacolare, della democrazia sedativa e rassicurante, hanno sostituito le posizioni ideologiche con le raffinatezze del cibo e del bere, le curiosità culturali con le ricette della prova del cuoco o di master chef, le grida di piazza con le rime del karaoke, le preoccupazioni sul futuro del mondo con le previsioni del tempo, l’attenzione alle vicende della politica con la fenomenologia del calcio, in qualunque divisioni si giochi.

 

 

1,161 Visite totali, 1 visite odierne